Sfidare l'industria dell'identità di genere | con Maritza Cummings
Ho perso il seno, l'utero e 16 anni per una prescrizione di sei mesi. Gli ormoni sintetici distruggono ossa, cervelli e famiglie: la transizione è guarigione da fast food, non medicina.
Panoramica
Maritza Cummings, ex uomo trans molto in vista diventata attivista della detransition, racconta come il trauma infantile, condizioni neurologiche e copioni online l'abbiano portata a sottoporsi a mastectomia e isterectomia entro sei mesi dalla prima terapia. Ora fa campagna contro quella che chiama la «ben finanziata agenda trans», avvertendo che ormoni sintetici e interventi irreversibili lasciano danni fisici duraturi e che la transizione è una «guarigione da fast food» che evita il vero lavoro psicologico necessario.
Riassunto Completo del Video
Maritza Cummings, nata femmina e vissuta un tempo come l’uomo trans “Mark”, racconta un’infanzia intrisa di sofferenza: pianti ogni notte, la convinzione di essere “un bambino intrappolato nel corpo di una bambina” e un successivo matrimonio con un uomo fallito perché, come dice lei stessa, “non riuscivo nemmeno a soddisfare me stessa”. Dopo aver incontrato per la prima volta il termine “FTM” a Key West intorno al 1998, visse quella che oggi chiama una “suggestione di potere istantanea”, assorbendo narrazioni online che sembravano scrivere il copione di tutta la sua vita. Entro sei mesi dall’inizio della terapia, all’inizio degli anni Duemila, si sottopose a un doppio intervento di sette ore — mastectomia e isterectomia totale — eseguito da chirurghi che non avevano mai operato prima un paziente transgender. Spinta dal suo background medico e dal suo carisma, divenne un’attivista di alto profilo: formava i clinici, compariva in televisione in lingua spagnola, su National Geographic e perfino contribuì a presentare Jazz Jennings ai media, il tutto credendosi “speciale” e in una posizione unica per aiutare gli altri. Oggi Maritza rifiuta con forza il concetto di “disforia di genere”, definendolo un “termine spazzatura” usato per rivendicare lo status di vittima e ottenere interventi medici. Basandosi sui suoi anni come terapista occupazionale e sulla ricerca condotta da autodidatta, sostiene che la transizione poggi su stereotipi, condizioni neurologiche (Asperger, DOC, ADHD), traumi infantili e sul desiderio di convalida esterna anziché su un qualsiasi marcatore biologico oggettivo. Cita studi sui gemelli, critica l’idea della plasticità cerebrale e insiste sul fatto che gli ormoni sintetici destabilizzino il sistema endocrino, portando a rendimenti decrescenti, perdita di massa ossea, cancro e declino psicologico. La transizione, dice, è una “guarigione da fast food” — una fuga spettacolare ma superficiale — mentre la vera guarigione richiede un lavoro psicologico e spirituale per risolvere l’“energia stagnante” di ferite precoci come abusi sessuali, favoritismi dei genitori o il travestirsi con abiti del sesso opposto che un tempo procurava una scarica di dopamina. Per Maritza la detransition è iniziata circa quattro anni fa, quando una relazione intima con una donna trans l’ha costretta ad affrontare la sua paura degli uomini e, di conseguenza, l’autenticità della sua identità maschile. Una “voce interiore” si è fatta sempre più forte, chiamandola impostora; ha iniziato a notare le differenze di comportamento tra sé e gli uomini biologici e ha capito che l’ideologia era diventata “un virus che si impossessa dell’ospite”. Ha ripreso il nome Maritza e sta preparando i documenti legali per ripristinare il suo marcatore di sesso; oggi produce podcast e blog quotidiani per smascherare quella che chiama la “agenda trans ben finanziata”, guidata da filantropi trans, Big Pharma e clinici attivisti che mettono a tacere il dissenso. Racconta di aver perso sponsor, di essere stata esclusa dalle piattaforme e di ricevere minacce costanti, ma giura di continuare a parlare perché “dovranno uccidermi” per fermarla. Guardando al futuro, Maritza vuole spazi sicuri, guidati da terapeuti, per chi ha fatto detransition, un’educazione pubblica che presenti la transizione come una sola tra le tante opzioni e un cambiamento culturale che permetta a donne mascoline e uomini femminili di esprimersi senza alterazioni mediche. Paragona le attuali pratiche di transizione pediatrica all’“eugenetica neonazista” e chiede la fine del modello “una taglia per tutti” nelle cliniche di genere. In definitiva, inquadra la sua missione in termini spirituali: “Siamo stati creati in modo meraviglioso e bellissimo”, e la società deve smettere di dire alle persone non conformi al genere che sono “nate sbagliate”.