Detransition e accettazione di sé | con Chiara
A 16 anni volevo il testosterone; mia madre rifiutò. Oggi sono grata: quei cambiamenti irreversibili avrebbero aggravato il mio trauma. I ragazzi meritano terapia, non una transizione guidata dalle case farmaceutiche.
Panoramica
Chiara, 21 anni, racconta a Benjamin Boyce come, dai 16 ai 18 anni, abbia vissuto da uomo trans per sfuggire a un trauma sessuale e all'omofobia interiorizzata, divorando vlog FTM e dissociandosi in un alter ego maschile online. Un tirocinio di nove mesi in una fattoria con cavalli, senza internet, ha rotto l'incantesimo, portandola a desistere e a cofondare «Peak Resilience» per avvertire adolescenti e genitori che la transizione medica precoce è irreversibile ed è guidata da una cultura dell'affermazione motivata dal profitto.
Riassunto Completo del Video
Chiara, una donna detrans di 21 anni, racconta a Benjamin Boyce che dai 16 ai 18 anni ha vissuto come uomo trans, convinta di essere “nata nel corpo sbagliato”. Cresciuta da una madre single che non le permise di assumere ormoni del sesso opposto, Chiara intraprese invece una transizione puramente sociale: adottò un nome maschile online, si tagliò i capelli a spazzola, si fasciò il seno, vestì esclusivamente abiti maschili e si esercitò ad abbassare la voce e ad assumere un linguaggio del corpo stereotipicamente maschile. Descrive quel periodo come uno di dissociazione quasi totale, “vivere in un alter ego” nella speranza di sfuggire al trauma dell’abuso sessuale e al dolore sociale di essere una lesbica non conforme al genere. Ogni giorno trascorreva ore su Tumblr e YouTube a guardare di seguito vlog di transizione FTM i cui autori erano “idolatrati” da migliaia di commentatori; la combinazione di rinforzo dei social media, omofobia interiorizzata e desiderio di fuggire dalla femminilità dopo la vittimizzazione sessuale la spinse verso l’identificazione trans. Il punto di svolta arrivò quando, a 17 anni, lasciò casa per uno stage di nove mesi in un allevamento di cavalli con quasi nessun accesso a internet. Il lavoro fisico e la disconnessione forzata dalle comunità trans online le permisero di maturare, accettare le capacità del proprio corpo e iniziare a mettere in discussione l’ideologia. Tornata a casa, scoprì le narrazioni di detransition nei forum femministi radicali e capì di non essere sola. Oggi Chiara si identifica come donna lesbica, rifiuta il concetto di genere come insieme di ruoli oppressivi e crede che la sessualità sia radicata nel sesso biologico e non nell’identità. È grata che sua madre abbia bloccato la transizione medica, dicendo che avrebbe preso il testosterone “alle sue spalle” se ne avesse avuto i mezzi, e oggi considera i bloccanti della pubertà e la medicalizzazione precoce dei minori “barbari”. Insieme ad altre tre giovani donne che hanno fatto detransition o desistito (tutte sui vent’anni), Chiara ha cofondato “Peak Resilience” nel gennaio 2020. Il collettivo pubblica video, podcast e presto articoli con l’obiettivo di colmare quello che vedono come un silenzio deliberato sulla detransition. Il loro scopo è offrire narrazioni alternative agli adolescenti che vivono una disforia di genere a esordio rapido, fornire sostegno individuale ai giovani in dubbio e ai genitori ansiosi e contrastare quella che lei chiama la cultura dell’“affermazione e basta”, guidata sia dalla pressione sociale sia dagli interessi farmaceutici. Chiara sottolinea che il loro lavoro non è anti-trans ma a favore del consenso informato, e sostiene approcci più lenti e basati prima di tutto sulla terapia, e il diritto di mettere in discussione la transizione senza essere “subito chiamate TERF o naziste”.